La mente giudicante

La mente pacata non giudica. Essa è pacata perché non giudica.


Come esseri umani, una nostra caratteristica, che tanto ci distingue dal resto del regno animale, è la capacità di formulare giudizi. Riuscire ad interagire con il mondo circostante, elaborando i risultati prodotti dai nostri sensi attraverso il nostro io giudicante, è uno degli ingranaggi fondamentali che ha spinto la nostra evoluzione. Tuttavia, molte volte abbandonarsi ai giudizi, nei propri o altrui confronti, non è il modo più adatto per vivere al meglio un’esperienza. Così come perdere il controllo cosciente sulla propria vita, abbandonandosi agli istinti, ci costringe in un turbine di passioni che non fanno altro che alimentare il nostro star male, allo stesso modo avere un atteggiamento troppo giudicante nei confronti del mondo ci impedisce di viverlo con serenità e semplicità.

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Nell’articolo di oggi vedremo che imparare a controllare la mente giudicante può aiutarci a vivere con maggiore serenità la nostra esperienza. Vedremo, tramite un racconto personale, che il modo migliore per affrontare le vicende della vita è quello di prenderle così come vengono, con consapevolezza, certo, ma senza un giudizio che possa di fatto limitarne gli aspetti positivi, e che l’atteggiamento di filtrare ogni dettaglio della nostra esperienza attraverso giudizi e valutazioni priva la nostra esistenza di genuinità e magnanimità.

Il giudizio

Da scienziato, giudicare e analizzare i risultati dell’esperire è un compito che svolgo quotidianamente. Da sempre sono abituato, come molti, a passare le esperienze sotto la lente d’ingrandimento, ad anatomizzarle ed esaminarne gli aspetti, come le cause e le conseguenze. Sebbene questa capacità sia effettivamente grandiosa, come ogni cosa che ci rende umani, affidarsi troppo ad essa può essere pericoloso. Certo, avere la capacità di giudizio per capire se un frutto è commestibile o se sia una buona idea fare una gara di velocità con una pantera è sicuramente utile. Tuttavia, alcune volte la nostra mente giudicante può rivolgersi contro noi stessi. Il nostro io può decidere di esprimere giudizi anche su cose per cui un approccio più semplice e meno analitico può essere indicato (strano da dire per uno scienziato, non è vero?)

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Molto spesso, pensare troppo ci impedisce di goderci appieno un’esperienza, di vivere con naturalezza, e ci porta a perderci cose che possono contribuire al nostro benessere. Rimuginare su quello che ci accade rende la nostra vita pesante, a volte oppressiva, intrappolandoci in una spirale di insoddisfazione. Diventiamo piatti, con la nostra esistenza che assume un aspetto sempre meno emozionante. Insomma, ricadiamo nella medesima, identica trappola che ci tende la mancanza di consapevolezza, il nostro pilota automatico, anche se in modo subdolamente diverso.

I soliti schemi

Oggi vorrei parlarvi, con i soliti filtri, di quando mi sono trovato di fronte per la prima volta la meditazione, e di come il mio io giudicante mi abbia impedito, per tantissimo tempo, di goderne i benefici. Vorrei parlarvi di come la mia tendenza a giudicare ogni aspetto di ogni cosa sia stata, di fatto, una sorgente di malessere per molto, moltissimo tempo.

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Come avevo già detto qui, il mio avvicinamento alla meditazione è stato abbastanza tardivo rispetto a quando ne ho avuto a che fare la primissima volta. Mi ci è, infatti, voluto molto tempo per spogliarmi dei giudizi (anche se sarebbe più opportuno parlare di pregiudizi) e capire che la meditazione poteva aiutarmi con le mie ansie e difficoltà.

Ho scoperto cos’è per davvero la meditazione grazie ad un mio amico che la praticava da un certo tempo. Sin da subito fu una cosa che mi interessò, ma da un punto di vista antropologico, piuttosto che personale. Mi affascinava, lo ammetto, ma come qualcosa da osservare dall’esterno. Il mio amico me ne parlò diffusamente, cercando di convincermi a farla, anche solo per una volta. Ci provò, ma io non cedetti.

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Riflettei molto, in realtà, sulla possibilità di meditare, cercando di analizzare i pro e i contro, ma alla fine giunsi alla conclusione che non l’avrei fatto. D’altra parte, stavo studiando per diventare uno scienziato, non potevo cedere a quella che, nel mio giudizio, era una cosa spirituale, e in quanto tale per me vana. Non mi apparteneva, semplicemente. Sarei sembrato stupido, ipocrita, nel farlo e certamente non avrei ottenuto alcun beneficio perché, ne ero certo, quello che mi diceva il mio amico era semplicemente falso.

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O peggio, era una forma di autoconvincimento. Poverino, pensavo, giudicavo. Ha bisogno di un sostegno di questo tipo, di una bugia bella per sentirsi meglio. Io, invece, non ne avevo assolutamente bisogno, perché la mia vita procedeva attraverso le giuste tappe senza intoppi.

L’offuscamento e il retto reagire

Insomma, mi ritrovai preda e vittima dei miei stessi giudizi, nei confronti di una cosa esterna (la meditazione), di una persona (il mio amico) e di me stesso. Alla fine dei conti, però, ero io sotto il giogo di una forma di autoconvincimento. Il mio io giudicante, che per tutta la vita aveva governato il mio agire, mi aveva intrappolato tanto a fondo in questa menzogna che semplicemente non mi rendevo conto che ciò di cui avevo bisogno era lì, di fronte a me. Non capivo, non vedevo la soluzione semplice e quasi immediata che mi veniva offerta, scegliendo di rimanere con le mie difficoltà. Avevo una sorta di filtro davanti agli occhi che offuscava, in realtà, la mia vera capacità di giudizio.

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Solo dopo moltissimo tempo sono riuscito a capire il mio errore e ho imparato ad agire, anzi reagire nel modo corretto alle cose attorno a me. Non senza alcun giudizio in assoluto, ovvio, ma almeno cercando di impedire all’io giudicante di prendere il sopravvento quando non serve, allo stesso modo in cui cerco di impedire al mio pilota automatico di intervenire nei momenti non opportuni.

Meditando

Con il passare del tempo ho capito che accettare con leggerezza ciò che ci viene dato, essendone consapevoli ma senza passare al vaglio della mente giudicante, è il modo migliore per capire a fondo la bontà di ciò che ci accade. Cominciando a meditare, questo atteggiamento si autoalimenta, diventa sempre più forte, guidandoci all’interno di un circolo virtuoso che ci insegna ad essere consapevoli, ma nel modo giusto.

Ci mostra come apprezzare ogni dettaglio della nostra esperienza, soprattutto quelli che paradossalmente sfuggono all’analisi, anche la più scrupolosa. In poco tempo, questa capacità diventa uno strumento potentissimo, affilato, contro il piattume e l’apatia da un lato, e l’ansia e il malessere dall’altro. Ci permette di vivere ogni cosa con una semplicità fanciullesca ma allo stesso tempo con una consapevolezza adulta, insegnandoci il valore della comprensione, della magnanimità e della genuinità.

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In estrema sintesi

  • Lasciare la propria vita in mano alla mente giudicante può essere pericoloso
  • Come con il pilota automatico, rimuginare e giudicare troppo può alimentare malessere e ansia, portandoci a perderci il bello di ciò che ci circonda
  • Imparare a vivere le cose senza giudizi ci aiuta ad essere più sereni
  • Ci insegna la semplicità, la genuinità e un atteggiamento comprensivo e magnanimo
  • Ci mostra i dettagli più belli e nascosti di tutte le cose

11 pensieri riguardo “La mente giudicante

  1. Sono d’accordo con te, fra l’altro, scorrendo gli altrui blog, noto una certa tendenza a giudicare e incasellare tutto e tutti, con il rischio di perdere il quadro completo delle altrui convinzioni, la verità diventando una sola, quella di chi parla, appunto, criticando.

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  2. credo che a volte sia inevitabile non formulare giudizi, in fondo abbiamo le nostre vedute e idee, quello che credo è che “giudicare” non dovrebbe essere sinonimo di pregiudizio, alterigia, saccenza…e chi più ne ha più ne metta!

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