Meditazione e ansia

Gli eventi negativi accadono, sempre. Ciò che fa la differenza è il modo in cui decidiamo di affrontarli.


Oggi non parleremo di tecniche di meditazione o di consigli su come praticarle al meglio. Oggi voglio solo raccontarvi di un’esperienza personale, a lavoro, in cui la meditazione ha giocato un ruolo determinante. Vi parlerò di un evento che al vecchio me avrebbe causato non poca ansia ma che, grazie agli strumenti che ho appeso (all’epoca meditavo da poco tempo), si è dimostrato solo un momento negativo passeggero in una giornata in realtà stupenda.

Photo by Vijay Sadasivuni on Pexels.com

Parto dicendo che, per una questione di riservatezza, il racconto che state per leggere sarà un po’ filtrato nei dettagli e i personaggi coinvolti non saranno quelli veri. Farò sempre così. Tuttavia, il senso profondo del racconto e il messaggio da portare a casa sono assolutamente genuini.

Partiamo, allora.

Io sono una persona abbastanza ansiosa. La soffro molto, nelle situazioni più disparate, ma non è sempre stato così. Ho sviluppato questi sentimenti nel corso del tempo, a partire dai primi anni di università e, quando ho cominciato a lavorare, essi hanno raggiunto dei picchi periodici e abbastanza elevati. Fortunatamente, la mia ansia non ha mai raggiunto un livello patologico e non ha mai richiesto un aiuto professionale. Tuttavia, non si tratta comunque di una sensazione piacevole e a volte gli episodi raggiungono intensità tali da condizionare la mia vita quotidiana. Molte volte, infatti, le sensazioni sono così forti che non riesco a fare nient’altro che non sia qualcosa nel vano tentativo di placare l’ansia, cercando di risolvere un problema o gestire una situazione che mi sta chiaramente sfuggendo dalle mani. O che, magari, non posso risolvere in quel preciso momento (spesso mi succede di notte, quando proprio non c’è modo di agire). Questi episodi accadono nelle situazioni più varie, come ad esempio a lavoro. Qui, la maggior parte del tempo sto bene, ma alcune volte può succedere qualcosa che scateni l’ansia. Vi parlerò di uno di questi eventi.

Photo by Mikael Blomkvist on Pexels.com

Un giorno, ero nel laboratorio in cui lavoro e stavo svolgendo i miei compiti tranquillamente. Era un giorno bello come un altro, che stava passando tra eventi ordinari e chiacchiere tra colleghi. Mi sentivo molto positivo, anche perché un collega aveva portato dei buonissimi baci di dama artigianali da condividere con noi, ed ero molto soddisfatto per il lavoro che stavo svolgendo. Avevo ottenuto un buon risultato con un modello che avevo sviluppato praticamente da solo e mi sentivo molto fiero di me. Tutto procedeva normalmente, insomma, e stavo davvero bene, quando ricevetti una chiamata dal mio capo. Con lui ho un rapporto molto bello, parliamo sempre francamente e mi sostiene quando ho bisogno, ma a volte il suo modo di fare manca un po’ di tatto, anche se assolutamente in buona fede. Ad ogni modo, mi chiamò mentre tornava a casa, di fretta. Mi chiese aggiornamenti sulla situazione in laboratorio e su alcuni progetti che stavamo seguendo insieme. Alla fine della veloce chiacchierata terminò, però, con una frase: “comunque, io e te dobbiamo parlare”. E riattaccò.

“Dobbiamo parlare”. Questa frase è una delle cose che ha più effetto, negativo, su di me. Da sempre è la mia kryptonite e ha il potere di paralizzarmi e scatenare l’ansia. Non so esattamente per quale motivo. Sarà l’incertezza intrinseca o il presagio di un evento negativo, troppo grande da essere affrontato in quel momento, al punto da richiedere un incontro separato. Fatto sta che quelle parole mi colpirono come un pugno nello stomaco, con la stessa intensità di sempre. Lo so, “che sarà mai stato”, direte voi. Erano solo parole, magari voleva parlarmi di qualcosa di bello. Non c’era assolutamente alcuna ragione per sentirsi in ansia. Ma non importava. In quel momento, la mia mente perse totalmente il controllo. Un mio superiore, una persona che stimo molto, che ha il compito di vegliare sul mio lavoro, voleva parlare con me. E per giunta di qualcosa di importante. Avevamo molti progetti aperti, alcuni dei quali, devo ammetterlo, li avevo trascurati da un certo tempo. Sicuramente era questo: voleva riprendermi perché non ci stavo lavorando abbastanza. Magari aveva già parlato con altre persone e si erano lamentati di me, di quanto male stessi lavorando. O peggio, i compiti che avevo già svolto erano stati un fallimento, i risultati che pensavo di aver ottenuto in realtà erano finti. Ero anche uno stupido, perché andavo fiero di qualcosa che in realtà non valeva niente. E magari, mi stavano giudicando anche per questo. O forse era tutto più grande di così. Di lì a qualche tempo avrei finito il mio percorso di formazione e sicuramente voleva dirmi che avevano deciso che non avrei potuto continuare, perché non ero abbastanza bravo, perché non lavoravo abbastanza. Adoravo quel lavoro e l’idea di perderlo, di dover cercare qualcos’altro, era insopportabile. Magari aveva già trovato il mio sostituto, quindi non avevo poi molto tempo.

Insomma, persi il controllo, e la mia mente continuava ad aggrapparsi a questi pensieri, sempre più estremi. In ogni momento cercavo di dirmi di stare calmo, di non fasciarmi la testa prima di romperla. Cercavo di tranquillizzarmi, dicendomi che qualunque cosa fosse successa avrei trovato una soluzione. Ma era tutto inutile: la mia mente aveva deciso di seguire quella strada e non potevo fare nulla per impedirlo. Almeno così mi diceva lei. Decisi, però, che non era vero e che avrei dovuto fare qualcosa.

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Mi alzai dalla scrivania e mi allontanai, fingendo calma per non farmi vedere dagli altri. Mi chiusi in bagno e, alla mercé di questi pensieri, cercai di riacquistare il controllo. Cominciai cercando di controllare il respiro, che nel frattempo accennava ad essere pesante e faticoso. Iniziai costringendomi a fare dei respiri profondi, sempre più lunghi. Il primo respiro fu terribile, come se mi mancasse l’ossigeno e respirare velocemente fosse l’unico modo per ottenerlo. Il secondò andò leggermente meglio. Mi concentrai su una parte del corpo (scelsi le mani) e cercai di osservare le sensazioni che provavo. C’era un piccolo formicolio, con il mignolo che di tanto in tanto si contraeva. Sorrisi spontaneamente quando me ne resi conto. Cercai di concentrarmi su queste sensazioni e a tenere il respiro sotto controllo. Ogni tanto la mia mente tornava a quei pensieri ingiustificati e la sensazione di ansia tornava, forte come prima, ma ogni volta cercavo di concentrarmi su qualcos’altro, sul momento presente. Alla fine, all’ennesimo tentativo di questi pensieri di irrompere nella finestra della mia coscienza, li accolsi anziché respingerli. Li osservai e li etichettai per quello che erano in realtà: semplici pensieri. Li vidi come qualcosa che la mia mente stava producendo per aiutarmi. Ma non ne avevo bisogno in quel momento. Uno alla volta, li osservai tutti, ne diventai consapevole, li etichettai e li riposi, come in un cassetto. Ringraziai il mio subconscio per aver cercato di aiutarmi e, in poco tempo, riacquistai il controllo: avevo superato il momento peggiore. Mi alzai e mi guardai allo specchio. Sorrisi, consapevolmente. Sapevo che avrei dovuto affrontare una questione importante, ma ero anche consapevole che non avrei potuto farlo in quel momento. Mi resi conto che non avrei potuto ottenere nulla pensando continuamente a quelle cose. Tanto valeva metterle da parte, con consapevolezza, e vivere con tranquillità il resto della vita che, in quel momento presente, stava richiedendo la mia attenzione.

Photo by Andrea Piacquadio on Pexels.com

Tutto questo durò per una decina di minuti, anche se a me sembrò molto di più, ma alla fine, grazie agli insegnamenti della meditazione, come la pratica di consapevolezza, riuscì a gestire la crisi e ad evitare che mi travolgesse completamente. A partire da quel momento, ho imparato a gestire al meglio l’ansia, che comunque si ripresenta con regolarità, in modo efficiente, evitando di farmi condizionare più del necessario. Ho imparato ad accogliere i pensieri, ad osservarli con mente consapevole, a metterli da parte e ad affrontare le situazioni con calma e solo quando effettivamente serve.

Questa è stata una grande svolta nella mia vita. Da allora, mi sento più tranquillo e riesco a vivere la mia esistenza con maggiore serenità. Ho ancora momenti di ansia, certo, ma riesco a tenerli sempre più sotto controllo e a ridurre al minimo le preoccupazioni. Riesco ad affrontare gli eventi avversi con mente più chiara e senza lasciarmi travolgere. E vi assicuro che tutte le esperienze, anche quelle brutte, assumono un valore che non hanno mai avuto prima.


L’ansia patologica

Voglio dedicare l’ultima parte dell’articolo ad una discussione seria sull’ansia. Come ho scritto nel mio racconto, soffro molto l’ansia e la meditazione è uno strumento che mi ha aiutato molto a gestirne gli attacchi. Occorre dire, però, che a volte l’ansia può diventare un vero problema, che richieda un intervento più serio. L’ansia può essere patologica e può influenzare negativamente la nostra vita come una qualsiasi altra malattia. In questi casi, è impossibile affrontarla da soli e si rischia solo di far peggiorare il problema sempre di più. Se l’ansia raggiunge questi livelli, è necessario un intervento mirato, con l’aiuto di un esperto medico. Mi rendo conto che sia difficile ammettere a sé stessi di aver bisogno di aiuto, soprattutto perché nella nostra società il supporto psicologico è ancora oggetto di stigma, ma alcune volte questa è l’unica via per stare bene. Se vi rendente conto che l’ansia sta diventando un problema serio, rivolgetevi al vostro medico e seguite un percorso mirato, magari accompagnato dalla meditazione, ma comunque con l’aiuto di un esperto. Non dovete sentirvi in imbarazzo se avete bisogno di questo tipo di aiuto. E certamente non dovete sentirvi obbligati o parlarne con altre persone, se non ve la sentite. Un sostegno psicologico è un percorso personale che può aiutarvi ad uscire dalla spirale discendente dell’ansia e farvi recuperare il controllo sulla vostra vita, indipendentemente dall’opinione della società. Perché la vostra felicità è più importante di qualunque giudizio.

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